Francesca Viola Molinari – Yoga e gentilezza

Francesca Viola Molinari è un’insegnante di yoga che, attraverso la pratica, aiuta i suoi allievi e allieve a seminare e coltivare piccoli semi gentili per accettarsi, volersi bene, perdonarsi e riprendere confidenza con il proprio corpo.
In una società che ci vuole sempre di corsa e in perenne competizione, la pratica yoga ci insegna a fermarci, a sospendere le ostilità e il paragone continuo, per guardarci dentro con amore e pazienza.
La sua sfida più grande è portare lo yoga fuori dal tappetino, cioè portare nella quotidianità la pazienza, l’ascolto di se stessi e del proprio respiro, la quiete, la gentilezza e l’amore nei propri confronti, il rispetto del proprio corpo e del proprio ritmo.
Per avere non solo un corpo più sciolto ma anche una mente più quieta e più libera.

Ciao Francesca, tu sei un’insegnante di yoga e, ogni giorno nel tuo lavoro, aiuti le persone ad ascoltarsi, accettarsi ed essere gentili con se stesse e con gli altri. Insieme alla tua famiglia hai fondato una scuola di Yoga Rahmni a Gallarate. Vuoi raccontarci qualcosa di più? So che pratichi yoga da quando sei bambina.
Si… in effetti ho incontrato lo yoga quando avevo sei anni, insieme a mia madre.
È con lei che, nel 1997, abbiamo conosciuto un maestro, il Guru Maharishi Satyananda, di una scuola di yoga di Brescia: da quel momento, né io né lei abbiamo più abbandonato questa strada e, nel 2007, mia mamma ha deciso di lasciare il suo lavoro di insegnante di inglese per fondare una scuola di yoga, a Gallarate.
Si chiama Rhamni, che è il nome di una farfalla gialla. Credo che avremo modo di approfondire il perché di questa scelta, nel corso dell’intervista.

Insomma, è da quando sono bambina che sono circondata da insegnanti di yoga, maestri spirituali, libri di meditazione… la mia vita è stata permeata di questo. In alcuni momenti è stato anche piuttosto difficile, perché per esempio a scuola non potevo parlarne con nessuno, non potevo condividere quello che facevo, non mi sentivo molto capita dai miei compagni che non sapevano cosa fosse lo yoga e per cui la cosa più importante era comprare il videogioco più cool del momento. Io pensavo ad altro. Mi interessavano altre cose.

Ho vissuto un po’ nel mondo dello zucchero filato e dei canditi… A quindici anni ho seguito il mio primo corso di meditazione, a sedici ho superato un esame che mi ha permesso di ottenere il mio primo diploma di istruttrice fitness e insegnante di yoga, a diciotto ho iniziato a insegnare. Sia agli adulti che ai bambini. Nella nostra scuola, ma anche in altri posti, come ad esempio scuole di danza e centri olistici. Nella mia vita ho incontrato e seguito diversi maestri, sono passata da una pratica molto fisica a una più meditativa e introspettiva, fino ad approdare all’hatha yoga trasmessomi dal mio attuale insegnante, Patrick Tomatis, allievo di Neil Houthoff, che, a mio parere, è una perfetta combinazione tra movimento fisico e respirazione consapevoli, introspezione e meditazione. Quando ho iniziato a praticare così, mi sono sentita veramente a casa ed è questo, infatti, lo yoga che insegno adesso, aggiungendoci ovviamente tutto quello che di utile ho appreso nel percorso e che fa parte del mio bagaglio personale, del mio modo di insegnare. 

Sei laureata in lettere moderne e hai un diploma riconosciuto CONI come istruttrice di fitness e insegnante di yoga di primo livello. Inoltre, hai un master “Yoga Studies, corpo e meditazione nella tradizioni dell’Asia” alla Ca’ Foscari di Venezia. Quanto è importante lo studio e la ricerca per insegnare yoga? La tua è una formazione continua?
Parto dalla seconda domanda e rispondo assolutamente sì, è una formazione continua. A mio avviso, l’insegnante di yoga, potrebbe andare avanti a formarsi in eterno, poiché sono molteplici le componenti che creano questa figura. Non c’è solo l’aspetto legato alla mobilità fisica, ma c’è anche quello relazionale, quello anatomico, quello psicologico, quello nutrizionale

Vediamo i più importanti:
La mobilità fisica: va chiarito subito che non occorre essere contorsionisti o ginnasti per insegnare yoga, però è importante partire dal corpo, per imparare a conoscerlo, a muoverlo, a sentirlo in profondità, ad ascoltarlo, per scoprire e accettare i propri limiti, così come le proprie possibilità. È da lì che si parte, per un viaggio meraviglioso alla scoperta di se stessi, che permette poi l’incontro autentico e trasparente con l’altro. Un elemento importante, rispetto all’esecuzione degli asana – questo è il nome sanscrito delle posizioni –, è l’integrazione, cioè l’importanza di averli eseguiti consapevolmente così tante volte, da averli integrati nel profondo, per poterli trasmettere nel modo migliore ai propri allievi. Non è necessario saper mettere i piedi alla testa per essere validi insegnanti di yoga, ma è bene conoscere i meccanismi che regolano il nostro corpo e i vari movimenti. 

La conoscenza anatomica: a mio parere, per essere un insegnante, è necessaria una conoscenza almeno di base dell’anatomia umana. Arrivano spesso persone con svariate patologie, da quelle più semplici, come il torcicollo, a quelle più complesse, o gravi, come protrusioni, ernie, post operazioni… L’insegnante, al momento, deve essere in grado di costruire una lezione ad hoc per quella persona e la sua problematica, anche all’interno di una classe collettiva. E per poterlo fare deve almeno sapere di che patologia si tratta. 

La componente “umana”: questo è un altro punto fondamentale, forse il più importante di tutti. La capacità di relazionarsi, l’empatia, l’ascolto autentico dell’altro, sono tutti elementi basilari per potersi rapportare profondamente con i propri allievi che, in molti casi, sono ansiosi, hanno attacchi di panico, sono stressati, magari depressi. O magari hanno vissuto eventi traumatici nella vita e sono ancora feriti. Attenzione: ciò non significa che l’insegnante di yoga debba sostituirsi al medico, né tanto meno allo psicologo, ma deve saper accogliere, contenere e gestire tutto questo, capendo quando è giusto rimandare a una figura professionale di altro tipo. È proprio per questo motivo che oltre alla scuola di yoga, abbiamo deciso di creare un centro olistico Rhamni, proprio al piano di sopra rispetto alla scuola: è uno spazio in cui lavorano psicoterapeuti, nutrizionisti, operatori shiatsu e massaggiatori con cui noi insegnanti collaboriamo. In questo modo cerchiamo di garantire la cura dell’allievo a trecentosessanta gradi. Ci vuole un approccio morbido, dolce, accogliente. Sempre. Non sappiamo quale sia il loro percorso, il loro vissuto. E ognuno va accolto.

Questo per quanto riguarda quegli elementi che, a mio avviso, costituiscono le fondamenta per essere un insegnante di yoga umanamente amorevole e accogliente. Spero che adesso sia più chiaro il perché si possa essere degli ottimi insegnanti di yoga senza sapere mettere i piedi dietro la testa… se manca la parte umana, possiamo anche essere dei contorsionisti, ma sarà difficile raggiungere il cuore delle persone, saremmo piuttosto degli insegnanti di ginnastica, più che di yoga – senza nulla togliere alla ginnastica, chiaramente –. 

Poi c’è tutta una parte altrettanto importante, che riguarda lo studio della cultura e della filosofia indiana, che tra l’altro, è un altro mondo infinito. È per questo motivo che , dopo una laurea in lettere moderne con una tesi in indologia con il professor Boccali, ho scelto di frequentare il master a Venezia “Yoga studies”, diretto dal professor Squarcini. È così che ho iniziato un percorso di studio relativo alla filosofia indiana che continua ancora oggi. Credo che sia fondamentale sapere da dove viene lo yoga, quali sono le sue origini, in che modo si è sviluppato, qual è stato il contesto in cui è nato, per poter scegliere il modo migliore di trasmetterlo oggi, nella nostra società. Lo yoga che facciamo nel 2021 non è di certo quello che praticavano i brahmani nel Kashmir nel 500 dopo Cristo. Se non si conoscono questi elementi, credo che il rischio sia un po’ quello di prendere lucciole per lanterne: lo yoga diventa stretching, la meditazione diventa levitazione, il kamasutra diventa un libro per conoscere le posizioni sessuali più strane da fare con il proprio partner, e così via.

Io ho praticato per tantissimi anni un’arte marziale, l’aikido, e più che le tecniche e le ore di allenamento sul tatami mi ha lasciato una forma mentis e un modo diverso di rapportarmi con gli altri. Credo che lo stesso si possa dire dello yoga, giusto? Cosa si “portano a casa” le persone che fanno yoga con te? Cosa cerchi di trasmettere loro?
Si certo, si può dire lo stesso dello yoga.
Mi piace ricordare ai miei allievi che la cosa più difficile da fare è portare lo yoga fuori dal tappetino: non dobbiamo accontentarci di fare yoga una o due volte a settimana, dovremmo imparare a praticarlo in ogni momento della nostra vita. E chiaramente questo non significa vivere a testa in giù, ma piuttosto diventare abili a portare nella nostra quotidianità tutto ciò che lo yoga ci insegna: la pazienza, l’ascolto di se stessi e del proprio respiro, la quiete, la gentilezza e l’amore nei propri confronti, il rispetto del proprio corpo, del proprio ritmo e tanto altro. Spero che le persone che praticano con me non si portino a casa solo un corpo più sciolto, ma anche una mente più quieta, più libera, nella speranza che questo stato mentale diventi sempre più la normalità.

Viviamo in un mondo che ci invita a correre, a fare più cose insieme, a non fermarci mai, a non accontentarci mai, a volere sempre di più. Ecco, questa disciplina ci invita a fare proprio il contrario: ci invita a fermarci – cosa per noi difficilissima, per qualcuno quasi impossibile – e, soprattutto, ad ascoltare, con affetto e gentilezza, quello che la parte più intima di noi ha voglia e necessità di dirci. Cerco di trasmettere ai miei allievi la meraviglia del corpo umano, la bellezza di ogni singolo movimento, sostenuto dal respiro, la fortuna che abbiamo ad essere vivi. L’importanza dell’ascolto autentico e silenzioso, perché il nostro corpo ci parla, costantemente, e noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.

In che modo la pratica dello yoga semina gentilezza?
La pratica dello yoga semina gentilezza nel vero senso del termine: getta dei semi. Ogni volta che pratichiamo gettiamo un seme nuovo, oppure, anche inconsciamente, innaffiamo un po’ il semino della volta precedente, o magari dell’anno prima. E sono semi meravigliosi, di meravigliosa gentilezza. Verso se stessi e quindi anche verso gli altri. Gentilezza e amore verso se stessi, verso il proprio corpo, verso il proprio passato, verso il proprio presente, verso i propri errori, verso i propri pensieri.

La pratica dello yoga ti ha mai aiutato a superare un momento difficile?
Lo yoga mi accompagna da quando sono bambina, mi ha aiutato a superare ogni momento difficile della mia vita. Anzi, forse la direi in un altro modo: non mi ha aiutato a superare i momenti difficili, ma mi è stato vicino in ognuno di questi momenti.
È stato un fedele compagno, da sempre, silenzioso e rispettoso.
Lui è sempre lì, sta a me scegliere quando chiedergli aiuto.

Il mio rapporto di amore con lo yoga in realtà nasce proprio da un evento direi traumatico, che abbiamo vissuto io e la mia famiglia nel 1997: la perdita della sorella di mia mamma. Aveva 26 anni quando si è ammalata di leucemia, 28 quando è morta.
Erano i suoi ultimi mesi di vita, non sapevamo più che cosa fare e credo che mia madre avesse sentito parlare di un pranoteropista e maestro di yoga, che viveva a Brescia. Nella disperazione, abbiamo deciso di tentare anche quello. Stefania è morta pochi mesi dopo, ma io e mia madre ci siamo aggrappate a quell’insegnante e allo yoga come unica possibilità di salvezza. Da quel momento, per tutta la vita. All’inizio dell’intervista ho parlato di Rhamni, la farfalla gialla: da quando Stefania è morta c’è questo meraviglioso animale, la farfalla gialla appunto, che nei momenti più inaspettati, in svariate situazioni, compare, ci gira attorno, danza vicino a noi.
Ecco, ci piace pensare che sia lei.
E quella farfalla, in gergo zoologico, si chiama Rhamni. Per questo la nostra scuola ha questo nome, in qualche modo l’abbiamo dedicata a lei. Chissà, forse se non se ne fosse andata, tutti noi staremmo vivendo una vita diversa e non sarei qui a scrivere di yoga e gentilezza.

Mi racconti una cosa bella che ti è successa insegnando yoga?
Premetto che sono sempre stata una persona altamente sensibile e, da quando sono diventata madre, questo aspetto è aumentato notevolmente.
Ultimamente, alla fine delle mie lezioni, mi capita di commuovermi guardando gli sguardi dei miei allievi, quando posso leggere nei loro occhi quanto sono grati allo yoga, quanto stanno bene dopo un’ora di pratica, quanto si sentono rinati, quanto ti sono scoperti nuovi. E io mi commuovo, perché sono felice per loro e, soprattutto, perché mi sento onorata e nello stesso tempo fortunata a poter rivestire questo ruolo, grata di poterli accompagnare, anche solo per un momento, a casa. Quella vera. Quella dentro ognuno di noi.

Secondo te perché è così difficile accettarsi o anche solo ascoltarsi? Sembriamo sordi e in perenne gara per dimostrare il nostro valore.
Io credo che la società in cui viviamo non ci inviti per nulla ad andare nella direzione della consapevolezza e dell’autenticità, anzi, credo purtroppo che la nostra società voglia uomini ciechi, anziché illuminati.
Viviamo nell’era della tecnologia e, ahimè, dei social network: continuiamo a guardare gli altri, cosa fanno, come sono, dove sono, cosa stanno bevendo e mangiando, con chi si sposano, quanti figli hanno, dove hanno deciso di passare le vacanze, se sono belli o se sono brutti, se sono grassi o se sono magri.
Siamo sempre più proiettati verso l’esterno e diventiamo sempre più incapaci ad ascoltarci per capire chi siamo noi realmente, spinti sempre di più ad essere…come sono gli altri o come gli altri ci vorrebbero, rivestendo ruoli che non sono per noi.
Probabilmente, nel 2021, il mestiere di influencer è diventato uno dei più gettonati: dire agli altri come si dovrebbe essere, cosa si deve comprare, mangiare, bere, indossare per essere felici. Ecco, credo che in questo modo si perdano di vista le cose che contano realmente, la capacità di far emergere quello che vogliamo, di contattare i nostri bisogni per capire chi siamo realmente e dove vogliamo andare.
Tutto viene letto, trasformato, modificato dalle immagini da cui siamo bombardati. E non ci bastiamo mai. Non ci andiamo mai bene. Vorremmo sempre di più. È un gran peccato. Mia suocera lo dice sempre: la cosa più importante è essere, non apparire. Ecco perché lo yoga può rivestire un ruolo fondamentale, perché è la pratica dell’essenzialità.

Ormai è un anno che conviviamo con il Covid e siamo tutti molto provati, la pratica dello yoga può aiutarci? Può aiutare anche i tanti bambini/e e ragazzi/e che si trovano di nuovo a casa a seguire le lezioni in dad?
Certo, la pratica può aiutare, anche se a distanza.
È chiaro, in presenza è diverso, ma l’importanza di prendersi una, due, magari tre ore a settimana per fermarsi e praticare, a mio avviso è fondamentale, soprattutto per il momento delicato che stiamo vivendo.
La maggior parte di noi lavora in smartworking, si passano le giornate seduti davanti al pc, si mangia, sempre seduti, si guarda la televisione, sempre seduti… insomma, da un punto di vista fisico lo yoga, con il suo portare la colonna vertebrale e il corpo, più in generale, in tutte le direzioni, può essere di grande aiuto.
Andrebbe praticato tutti i giorni.
E non si possono non sottolineare i benefici della pratica anche a livello mentale: dopo una lezione si è più tranquilli, più rilassati, ci si sente meno stressati, si può continuare a vivere il resto della giornata in modo diverso.

Questo vale per gli adulti e forse anche per i ragazzi, mentre mi sentirei di consigliare ai più piccoli di prendere un libro sullo yoga, piuttosto che mettersi nuovamente davanti a uno schermo per seguire anche le lezioni di yoga.
Magari può diventare un bel momento di condivisone e di apprendimento di qualcosa di nuovo con mamma e papà, perché no?
Io insegno yoga da diversi anni in una scuola elementare, i miei bambini mi mancano moltissimo, ma non me la sono sentita di portare avanti la pratica con la dad. Credo che stiano già soffrendo a sufficienza a causa di tutti questi enormi cambiamenti. Lo yoga, per un bambino, dovrebbe essere un momento di leggerezza, condivisione, divertimento, spensieratezza… la pratica per bambini è fatta tanto di contatto, di giochi di ruolo, di abbracci. Dubito che in questo momento, dietro a quello schermo dove passano la maggior parte delle loro giornate, possano ritrovare la stessa famigliarità. 

So che avete delle collaborazioni attive con il centro antiviolenza Eva Onlus, con la LILT Lega Italiana Lotta Tumori e con I.P.AS.VI per prevenire lo stress degli infermieri. Me ne parli meglio?
In tutti questi anni, purtroppo sempre più spesso sono arrivate da noi persone malate di tumore o che, in passato, ne avevano avuto uno. In particolare, donne che hanno lottato contro il tumore al seno.
Sono persone spesso spaventate, impaurite dall’idea di tornare a muovere il proprio corpo e che, per questo, scelgono di ripartire dall’approccio dolce e amorevole dello yoga.
Per questo motivo abbiamo pensato di portare lo yoga direttamente negli ospedali, sperando di dare vita a un progetto meravigliosamente costruttivo e di grande aiuto.
Lo stesso vale per gli infermieri che, oltre a fare dei grandi sforzi a livello fisico – si pensi solo al dover sollevare i malati dai letti più volte al giorno – , vedono e assistono a cose che, psicologicamente, non possono non turbare. Inoltre, hanno turni lunghi e stancanti, lavorano spesso la notte.
Non parliamo di quello che stanno vivendo da un anno a questa parte, con l’arrivo del covid. Ecco perché abbiamo scelto di portare lo yoga anche a loro, con la speranza di poter donare loro un po’ sollievo a livello psico-fisico. 

Come Burabacio ho un progetto personale che si chiama SII GENTILE IN BOTTIGLIA, è un messaggio di incoraggiamento e gentilezza scritto dentro una bottiglia nella speranza che possa raggiungere chi ne ha bisogno. Mi lasci un SII GENTILE IN BOTTIGLIA anche tu? Secondo te che messaggio hanno bisogno di ricevere le persone, oggi?
Io credo che oggi più che mai le persone abbiano bisogno di essere rassicurate. Di essere coccolate e abbracciate forte. Ecco allora il mio SII GENTILE IN BOTTIGLIA:

Sii gentile con te stesso, sempre. Ricordati il tuo percorso, ricordati che strada hai fatto, ricordati quanta forza hai dentro. Donati la possibilità di perdonarti e di ricominciare. Sempre. Con amore. 

LA GENTILEZZA CHE CRESCE è un ciclo di interviste per dare voce a chi, in questo momento, è la foresta che cresce e si impegna per migliorare la realtà in cui vive.

Credo fermamente che in un mondo gentile si viva, e si lavori, meglio!
Per anni ho promosso la gentilezza usando parole e disegni ma so di non essere sola, anzi.
Tantissime persone lavorano in silenzio allo scopo di aiutare gli altri, rompere l’isolamento, creare un senso di comunità, confortare o supportare.

Con LA GENTILEZZA CHE CRESCE voglio dare voce a chi si impegna, far conoscere le storie di persone che un giorno hanno deciso che si sarebbero messe in gioco per fare qualcosa di buono per gli altri.
Le storie ispirano, infondono coraggio, sono uno sprone.
Parlare di gentilezza in modo generico è bello ma non ha la potenza di una storia come questa.

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